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Vendere prodotti digitali con partita iva: la parola alla commercialista Giulia Roncoroni

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Grafica Vendere prodotti digitali

Sei una solopreneur, consulente, coach, sei un'imprenditrice digitale e creativa. Hai un'idea per far evolvere il tuo business e vuoi vendere prodotti digitali, ma, prima di fare qualsiasi cosa, sai che ti devi confrontare con qualcuno che ti può dire: “sì, lo puoi fare” o “no, non ti conviene… Dipende da quanto fatturi.”

Di chi sto parlando? Di una delle figure più importanti per chi fa business, e cioè il commercialista o la commercialista.

Con Giulia Roncoroni, commercialista per freelance e piccole partite a IVA, parliamo di cosa implica vendere prodotti digitali e corsi, di cosa comporta avere un e-commerce sul nostro sito, se vogliamo vendere anche le nostre consulenze, e di cosa dobbiamo sapere, se vogliamo creare un e-book.

Tabella dei contenuti

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Quando ho conosciuto Giulia ho capito subito che era specializzata in questioni digitali. Non so quale sia la vostra esperienza, ma, per chi fa business online, è merce rara quando si tratta di commercialisti. Non me ne voglia la categoria, ma ognuno, poi, si specializza e ci sono diversi aspetti nelle professioni digitali, che, a volte, non risultano così chiari, perché si tratta di un mondo in continua evoluzione. 

Oggi, con Giulia cerchiamo di fare un minimo di chiarezza e di capire cosa implica vendere prodotti digitali.

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Vendere prodotti digitali

Francesca Sparaco: 

Partiamo dai prodotti e servizi che possiamo vendere online. Giulia, ci puoi dire, ad esempio, quali potrebbero essere? Parliamo di consulenti, di coach, quindi di imprenditrici che vendono principalmente servizi.

Giulia Roncoroni:

Possiamo vendere servizi a tre livelli diversi. 

Un primo livello di base è quello in cui utilizziamo il nostro sito come una vetrina, in cui abbiamo le nostre sales page, che descrivono i servizi che facciamo, diamo le indicazioni su come funzionano, quanto costano e cosa fare per prenotare.

Le persone ci scrivono, poi, tramite mail o compilano un form di contatto per richiedere informazioni e accordarsi con noi per pagare e usufruire della consulenza. In questo caso, giuridicamente, non ci sono dubbi su come procedere. 

C’è poi il livello successivo, che è quello in cui noi forniamo dei servizi di consulenza o di formazione uno a uno in piccoli gruppi ed utilizziamo il nostro sito, non solo per mostrare i nostri servizi e per spiegarli, ma anche come sistema automatizzato di prenotazione e pagamento. 

Quindi la persona, dopo aver letto che cosa facciamo ed aver deciso che vuole acquistare, può procedere direttamente a prenotare una consulenza, scegliendo la data e l’ora che preferisce e pagando tramite il nostro sito, nel quale noi abbiamo integrato un sistema con PayPal, Stripe o altro. 

In questo caso, può sorgere qualche dubbio, perché c’è un automatismo molto più avanzato. In realtà, dal punto di vista fiscale, non ci sono particolari difficoltà, perché quello che conta è il tipo di servizio che noi eroghiamo, che sarà sempre un servizio da professionista classico e cioè una consulenza o una formazione, che poi questa sia in presenza o online, tramite zoom, non cambia nulla. Noi comunque forniamo un servizio live, che resta un servizio da professionista, anche se la prenotazione e il pagamento vengono fatte dal nostro sito, anziché tramite mail, bonifico o altro. 

C’è, poi, un ulteriore livello che consiste nell’utilizzare il nostro sito per vendere non servizi, che poi noi erogheremo personalmente, ma prodotti digitali.

Cosa si intende per prodotti digitali? Sto parlando di qualcosa di cui le persone usufruiscono senza il nostro intervento diretto, perché è scaricabile (come un PDF o un template), oppure di qualcosa da vedere online, come, ad esempio, una registrazione, un workshop, che noi abbiamo fatto live, o un corso online vero e proprio. 

La distinzione in questo caso, rispetto al livello precedente, sta nel fatto che tramite il nostro sito noi non andiamo soltanto a vendere il nostro servizio, ma anche ad erogarlo direttamente. Quindi, tutto il processo (ordine, pagamento e erogazione) avviene in modo automatizzato, senza il nostro intervento. Qui, sta il confine che ci fa dire che non ci troviamo più davanti ad un’attività professionale, ma ad un’attività commerciale.

Cosa verificare con il commercialista prima di vendere prodotti digitali

Francesca:

Cosa dobbiamo verificare col nostro commercialista prima di decidere di fare uno step del genere?

Giulia Roncoroni:

In questo caso, è assolutamente necessario un passaggio con il o la commercialista che ci segue e questo passaggio deve essere fatto prima di iniziare a vendere. Quindi, non mettiamo sul sito, vediamo se qualcuno compra e, poi, informiamo il commercialista, perché la nostra partita IVA potrebbe non essere adatta ad ospitare anche i prodotti digitali, che dal punto di vista fiscale sono un vero e proprio e-commerce.

Se la nostra partita IVA va integrata o modificata per poter ospitare anche un e-commerce, questa variazione va fatta prima di iniziare a vendere.

  1. Si dovranno aggiungere i codici ATECO necessari (in realtà, quello dell’e-commerce è un codice unico qualunque cosa vendiate, siano lavatrici o corsi online); 
  2. Fatto questo, se non è stata fatta fino a quel momento, si fa un’iscrizione in camera di commercio per ospitare proprio questa attività commerciale, che in quanto tale è un’attività imprenditoriale pura, indipendentemente, da qual è il volume di vendite che riusciamo a fare;
  3. Bisogna, infine, fare la SCIA, Segnalazione Certificata di Inizio Attività, al proprio comune. È una pratica abbastanza semplice e si può tranquillamente utilizzare come sede dell’attività casa propria.

L’aspetto che, in genere, preoccupa quando si parla di commercio è, in realtà, il discorso dell’IMSA. Le attività imprenditoriali di tipo commerciale richiederebbero, infatti, di iscriversi e, poi, pagare la gestione commerciante dell’IMSA. 

Solitamente, nel percorso che abbiamo ipotizzato, cioè quello di una partita IVA come consulente, che, nel tempo, si sviluppa per andare ad integrare anche dei prodotti digitali, si parte con una partita IVA da libera professionista e, quindi, con la gestione separata. 

La differenza tra gestione separata e gestione commercianti

La grossa differenza tra la gestione separata e gestione commercianti è che, nella gestione separata, non ci sono importi minimi da pagare. Di solito, quando si parte la si preferisce.

In realtà, dire che la preferiamo è un po’ improprio, perché la gestione INPS dipende dal tipo di attività che facciamo effettivamente. Diciamo che, impostando la propria attività di conseguenza e, a volte, limitandola, si cerca di rientrare nella gestione separata, perché la gestione commercianti ha degli importi minimi che vanno pagati sempre.

Io invito, innanzitutto, ad indagare se effettivamente poi dovremo pagare questi importi alla gestione commercianti, perché ci sono delle casistiche in cui si può evitare, ed invito anche a considerare il fatto che questi importi minimi si basano su un reddito minimo, che non è così alto se noi lo parametriamo ad una partita IVA che dovrebbe darci da vivere con un minimo di stipendio.

È, però, chiaro che quando si comincia (il primo anno e il secondo anno), magari, non si arriva questo reddito minimo. Nel medio termine, in ogni caso, quando l’attività è un po’ avviata, dovremmo raggiungerlo perché, in caso contrario, c’è qualcosa che non va nella nostra attività.

Una volta raggiunto questo reddito minimo, in realtà, il fatto che ci siano i pagamenti minimi, non fa nessuna differenza. Sono, semplicemente, degli acconti di contributi che pagheremmo comunque.

Inoltre, con il regime forfettario c’è anche la possibilità di chiedere una riduzione del 35% (che non è poco!) dei contributi della gestione commercianti; mentre, nella gestione separata questa riduzione non si può chiedere. Ci sono, quindi, delle situazioni nelle quali ci ritroviamo a pagare meno con la gestione commerciante.

Quali sono i casi in cui non si paga la gestione commercianti? 

Innanzitutto, la gestione commercianti non si paga se si ha anche un lavoro dipendente a tempo pieno o, comunque, con tante ore (dalle 35 ore in su). In questi casi, si può chiedere l’esonero della gestione commercianti. 

Quindi, se l’attività viene fatta partire contemporaneamente al lavoro dipendente, è opportuno vedere come va prima di licenziarsi. 

Diversa situazione è quella della partita IVA aperta come consulente, in gestione separata.

All’inizio, fornisco servizi di consulenza e, quando vedo che inizio a avere un pochettino di seguito e che il tempo che ho da dedicare per le consulenze 1:1 inizia ad assottigliarsi, voglio cercare di monetizzare la mia audience, vendendo anche dei prodotti digitali. Cosa succede in questo caso?

I prodotti digitali che andrò ad aggiungere, almeno all’inizio, saranno una parte minoritaria della mia attività, del mio fatturato, del mio tempo. In questo caso, si può chiedere l’esonero dall’iscrizione alla gestione commercianti, come nel caso dei dipendenti full time. 

Ci si scrive comunque in camera di commercio e si fa la pratica in comune, però, nella pratica, alla camera di commercio si inserisce la richiesta di esonero, giustificandolo a seconda della situazione. 

Se anche questa attività di e-commerce dovesse crescere molto, non ci saranno problemi. Ci iscriveremo alla gestione commercianti. Vorrà dire che il nostro reddito sarà alto e non ci farà nessuna differenza pagare la gestione commercianti, piuttosto che la gestione separata.

Insomma, ogni caso va valutato. Il mio consiglio è quello di fare un passaggio con il commercialista proprio per evitare di incappare in errori.

Vendere prodotti digitali appoggiandosi a piattaforme esterne

Francesca: 

Avendo vissuto in UK, vengo da un sistema dove non ci si poneva minimamente la questione. Lì puoi fare qualsiasi cosa. Qui in Italia no. 

Se decidessi di non ospitare questi corsi sul mio sito, ma su una piattaforma esterna come Teachable, cambierebbe qualcosa?

Giulia Roncoroni:

No, in realtà non cambia niente.

Tra il nostro sito o un’altra piattaforma le regole da seguire sono le stesse. Questo vale sia per i corsi online, che per la vendita di un prodotto scaricabile. Che noi vendiamo un PDF, un template o altro direttamente sul nostro sito, piuttosto che tramite un’altra piattaforma non fa assolutamente differenza.

Francesca:

Tra le cose che possiamo fare, se abbiamo un business online, c’è anche la vendita o degli e-book o dei template. Sono anche questi dei prodotti digitali a tutti gli effetti, che le persone possono scaricare autonomamente dal sito. Cosa succede se decidiamo, invece, di mettere questo ebook su Amazon?

Giulia Roncoroni:

Per la mia interpretazione è la stessa cosa. Per i miei clienti, io tratto Amazon come qualunque altra piattaforma.

Il discorso di Amazon genera confusione perché non si capisce bene in quali termini noi ci poniamo rispetto a Amazon, nel momento in cui decidiamo di utilizzare il loro servizio di self-advice.

Questo perché, volendo, possiamo vendere anche una cosa fisica. Magari facciamo un ebook, ma noi su Amazon possiamo anche metterlo in vendita stampato.

Il problema è che noi, per usufruire insomma della vendita di ebook o libri fisici tramite Amazon, sottoscriviamo un contratto e non è sempre semplice capire di cosa si tratta, perché sono contratti che non sono scritti sulla base della nostra normativa, ma sono scritti sulla base del diritto anglosassone, che è diversissimo dal nostro.

Per esempio, genera moltissima confusione la parola royalties, che viene tradotta in italiano con diritto d’autore, ma non sono sinonimi. 

Questi contratti, insomma, non sono semplicissimi da tradurre nel sistema fiscale italiano proprio perché partono da una base legale diversa. Purtroppo, non ci sono chiarimenti ufficiali dell’Agenzia delle Entrate o di qualche altro ente, che ci dicano, ad esempio, come vanno tassate  le vendite tramite Amazon o che tipo di partita IVA si deve avere. 

Non avendo queste risposte, bisogna andare a vedere caso per caso. 

La mia opinione e quella di tanti altri miei colleghi è che una vendita tramite Amazon vada trattata come un’attività commerciale. Noi vendiamo, Amazon ci fa semplicemente da distributore e noi gli paghiamo delle commissioni per la vendita, esattamente come paghiamo per utilizzare qualunque altro sito su cui vendiamo. Nel caso di un libro fisico, paghiamo anche il servizio di stampa.

Cosa devi chiedere chiedere al tuo commercialista

Francesca: 

Il mondo digital e le nuove professioni, che si sono sviluppate in modo esponenziale dalla pandemia, hanno bisogno di persone preparate come te. 

Cosa ci consigli di chiedere ad un commercialista prima che ci accompagni nel nostro percorso imprenditoriale? Cosa consigli di valutare con il nostro commercialista?

Giulia Roncoroni:

Se qualcuno si ritrova in alcune delle cose che abbiamo detto, è il momento di parlarne con il commercialista.

Importantissima è la fiducia. Non si può pensare di supplire alle mancanze di un professionista. 

La cosa più importante, in assoluto, è assicurarsi che il proprio commercialista di riferimento abbia capito che lavoro fate, perché non è scontato.

Quindi, spiegate nel dettaglio che cosa fate e cercate di capire dai feedback che ricevete se effettivamente ha capito davvero.

Non parlo solo del job title, che voi avete deciso di darvi, ma anche di che tipo di clienti avete, dei servizi che vendete, di come li vendete, tramite quali piattaforme, di che cosa avete bisogno per fare il vostro lavoro, ecc.

Chiedete anche direttamente se, in quello studio, ci sono altri clienti che fanno la stessa attività e se c’è esperienza in questo campo. 

Se non siete sicuri al 100 per cento, sentite più persone e fate un giro. 

Ritrovarsi a cambiare commercialista ogni 2-3 anni è molto stressante e penalizzante, perché, al contrario, avere vicino una persona che conosce la nostra storia dall’inizio semplifica la vita.

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Francesca

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